Ironica, feroce e dolente in un intenso monologo di qualche anno fa intitolato «Mulignane» (le melanzane per i non partenopei), Gea Martire sembra l’attrice ideale per parlare di cibo. Invece no, perché la protagonista della pièce descrive così non un piatto gioioso, ma i lividi di un rapporto sadico e malato. E allora, ortaggi a parte, da dove cominciamo? «Dalle tavole separate di “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, lo spettacolo di Roberto Andò in scena al Mercadante nel 2023. L’altra faccia del classico pranzo della domenica. Profumi in casa fino al mattino, i piatti della tradizione, una gioia per occhi e palato. Ma il momento della festa di famiglia sfiora sempre il suo contrario. Tra un bicchiere e l’altro, il contatto ravvicinato genera incomprensioni, scatena polemiche, libera antichi rancori. Dinamiche
familiari rese plasticamente dalle tavole singole tra cui il regista divise noi protagonisti, che ogni tanto ci scambiavano di posto». Insomma, tanta inutile retorica sulla celebrazione degli affetti, mentre poi il rituale finisce per assomigliare ai «Parenti serpenti» del film di Monicelli. «Se le persone prudentemente, nella vita quotidiana, si tengono a distanza, una ragione ci sarà. Ritrovarsi non fa sempre bene: di solito le feste a tavola scatenano gli istinti peggiori e innescano scintille. Molto teatrali, direi». Gea Martire, una ventina di film con grandi registi, da Scola a Ozpetek; serie tv di successo, da Don Matteo al Commissario Ricciardi, e soprattutto tantissimo teatro, da Moscato a Ruccello fino ad Eduardo, diretta da grandi maestri. Il teatro appunto, soprattutto quello napoletano, storicamente parla di cibo per
sottrazione. Da Pulcinella in poi, va in scena la fame atavica… «Nell’immaginario di noi napoletani – che abbiamo sia il senso
del teatro sia l’innata tendenza a essere molto teatrali – resta e resterà per sempre iconica, immortale la scena di “Miseria e nobiltà”, con gli spaghetti arraffati a mani nude da Totò e dai suoi amici “morti di fame”, seduti sulle sedie che si avvicinano sempre più. Una immagine potente che ha una valenza profonda, un rituale orgiastico che racconta di noi, di una teatralità che ci appartiene e diventa nutrimento. Come in una celebrazione sacra, noi spettatori condividiamo quel cibo che ci regala il senso dell’esperienza teatrale». Il teatro dunque è questo? «Per noi che facciamo questo mestiere, è la premessa. Il teatro deve saziarci. E possibilmente cancellare le nostre paure». Da Scarpetta ad Eduardo, un’altra celebre scena subito si affaccia alla mente. Quella di «Sabato, domenica e lunedì» nella versione londinese del 1972, con Laurence Olivier e Joan Plowright. Eduardo volle in scena il profumo del ragù vero, appena cucinato. Un eccesso di naturalismo? «Va benissimo. A me però, più che l’elemento reale, piace la suggestione. Quella che nasce dai sensi acuiti dalla recitazione dell’attore, anziché dall’effluvio uscito dalla pentola. Comunque, questa è un’altra scena madre indimenticabile, un caposaldo della teatralità legata al cibo». Ma è vero che gli attori mangiano male? «Dipende. Nelle tournée di molte compagnie c’è ancora qualcuno delegato a riunire gli attori attorno a una cena preparata
al momento, non al ristorante ma nei residence dove soggiorna la compagnia. È un modo di “fare casa” con il cibo cucinato da uno di noi, più bravo degli altri. Non siamo famiglia, ma nella convivialità condivisa i rapporti diventano subito più cordiali». Lei come se la cava in cucina? «Discretamente, ma non mi cimento. So fare bene solo la calamarata, piatto che servo quando ricevo amici in casa. Come tutti i figli d’artista, soffro del paragone con mia madre Ida, straordinaria cuoca creativa, che sapeva cucinare anche per
trenta persone a Natale». Tra i suoi colleghi, chi ci sa fare ai fornelli? «Luca De Filippo era molto bravo in cucina. Poi naturalmente Ugo Tognazzi, che ho frequentato sul set del film Dagobert di Dino Risi. Parlava sempre e solo di cibo e ricette. Silvio Orlando no, ma vive di luce riflessa perché quella brava in cucina è sua moglie Laura. Infine, la mia amica Tosca D’Aquino, grandissima cuoca. La cucina napoletana per lei non ha segreti».
A cura di Santa Di Salvo








