Tradizione di famiglia, ricerca, sostenibilità e nuove generazioni: il produttore friulano racconta come il vino possa evolvere senza perdere la propria identità.

Di Carla Botta

Ci sono aziende che producono vino e altre che, di vendemmia in vendemmia, arricchiscono la propria cultura. Tenuta Luisa appartiene a questa seconda categoria. Da oltre un secolo, la famiglia Luisa intreccia esperienza, ricerca e profondo rispetto per il territorio friulano, trasformando ogni bottiglia nell’espressione di una visione che attraversa le generazioni senza smettere di evolversi. Oggi a guidare questo percorso è Michele Luisa, enologo dal 1985, che insieme al fratello Davide, agronomo, ha accompagnato la cantina in una profonda trasformazione produttiva, mantenendo saldo il legame con le proprie radici. Dalle sfide imposte dal cambiamento climatico alla sostenibilità, fino al dialogo sempre più stretto tra vino e alta ristorazione, il suo racconto restituisce il ritratto di un’azienda che continua a interpretare il futuro senza rinunciare alla propria identità.

Michele, da dove nasce il nome Tenuta Luisa?
“Il nome nasce semplicemente dal nostro cognome. Abbiamo voluto che l’azienda portasse il nome della famiglia, perché rappresenta la nostra storia e il percorso costruito nel tempo”.

Quanto è importante la componente familiare all’interno dell’azienda?
“È fondamentale. Mia madre Nella, nonostante abbia quasi ottant’anni, continua a essere una presenza preziosa. Non svolge più lavori manuali, ma ci affianca con la sua esperienza, ci consiglia nelle decisioni importanti e, quando accogliamo ospiti, dà ancora il suo contributo anche nella preparazione dei menù. È stata, insieme a mio padre, una figura determinante nello sviluppo dell’azienda”.

Quali sono state le tappe principali della crescita della cantina?
“L’attività nasce con il nostro bisnonno nei primi anni del Novecento ed è stata tramandata di generazione in generazione. La vera svolta arriva negli anni Settanta e Ottanta grazie a mio padre e a mia madre, che lo ha sempre sostenuto e incoraggiato ad ampliare i vigneti, investire nella produzione e nell’imbottigliamento. Io sono entrato in azienda nel 1985, dopo il diploma in enologia, seguito pochi anni dopo da mio fratello. Erano anni di grandi cambiamenti e abbiamo portato nuove competenze e nuove visioni”.

In oltre quarant’anni di attività, come è cambiato il modo di produrre vino?
“È cambiato tutto, dal vigneto alla cantina. In passato bastava produrre un vino che soddisfacesse il mercato locale; oggi bisogna competere a livello internazionale. Abbiamo ripensato l’impostazione dei vigneti, ridotto le rese per ottenere uve più concentrate e strutturate, capaci di dare vini complessi, eleganti e longevi, piacevoli da giovani, ma capaci di evolvere nel tempo”.

Negli ultimi anni anche il mondo della ristorazione è profondamente cambiato. Che impatto ha avuto sul vino?
“Il vino deve seguire l’evoluzione del mercato. Oggi chef e pizzaioli hanno elevato enormemente la qualità delle loro proposte e anche noi dobbiamo rispondere con vini sempre più raffinati. Il vino deve regalare piacere, proprio come il cibo, e accompagnare le nuove esperienze gastronomiche”.

Il binomio pizza e vino è ormai una realtà. Come vede questa evoluzione?
“È una crescita naturale. La pizza offre oggi interpretazioni molto diverse tra loro e permette abbinamenti interessanti con il vino. Per questo realizziamo vini eleganti, equilibrati e piacevoli, capaci di valorizzare le diverse tipologie di pizza senza sovrastarle”.

C’è chi teme che l’abbinamento con grandi vini possa allontanare la pizza dalla sua anima popolare. È d’accordo?
“No, perché anche il vino è un prodotto profondamente popolare. Fa parte della nostra cultura familiare e della nostra tavola quotidiana. Pizza e vino sono due eccellenze del territorio che si valorizzano a vicenda. Una buona pizza accompagnata da un buon bicchiere di vino rappresenta un’esperienza capace di soddisfare pienamente il consumatore”.

Quanto conta oggi la sostenibilità nella vostra filosofia produttiva?
“È uno dei nostri principi fondamentali. Seguiamo protocolli di produzione certificata per ridurre l’impiego di fitofarmaci e limitare l’impatto ambientale. Anche in cantina adottiamo tecniche che consentono di utilizzare meno additivi. Sono il primo consumatore dei nostri vini e voglio poterli bere con serenità. Il rispetto della natura e del prodotto viene prima di tutto”.

Quante bottiglie producete e come è cambiata la produzione negli ultimi anni?
“Produciamo circa 300 mila bottiglie all’anno. Dopo il periodo del Covid siamo cresciuti di circa il 5%, ma il nostro obiettivo non è aumentare i volumi a tutti i costi. Preferiamo mantenere uno standard qualitativo elevato per soddisfare pienamente i nostri clienti”.

Quali sono i vini simbolo di Tenuta Luisa?
“Il Sauvignon è sicuramente uno dei nostri vini più rappresentativi. Nel nostro territorio esprime eleganza, profumi di frutta esotica e agrumi, oltre a una piacevole sapidità. Ma tengo molto anche al Friulano, che considero il vino identitario della nostra terra e uno dei migliori interpreti del Friuli”.

La vostra cantina trasmette il calore di una casa. È una scelta voluta?
“Assolutamente sì. Noi viviamo la cantina ogni giorno e desideriamo che chi entra percepisca questa atmosfera. Passo più tempo qui che a casa, perciò la considero una parte di me. Cerco di curarla con la stessa attenzione con cui si cura un luogo dove si ama vivere”.

Come immagina il futuro di Tenuta Luisa?
 “Lo immagino nelle mani delle nuove generazioni. Uno dei miei figli è già in azienda, l’altro sta completando gli studi in enologia e spero che presto si unisca a noi. Anche i figli di mio fratello stanno crescendo. Il nostro settore è in continua evoluzione e i giovani portano idee, entusiasmo e innovazione. Saranno loro a raccogliere il testimone”.

Quanto pesa oggi il cambiamento climatico sul lavoro in vigneto?
“Tantissimo. Oltre ai lunghi periodi di siccità e alle temperature elevate, dobbiamo fare i conti con eventi estremi sempre più frequenti, come grandinate e nubifragi, che possono compromettere sia la quantità sia la qualità della produzione. È una delle sfide più difficili che il nostro settore sta affrontando”.

Esistono strumenti efficaci per proteggere i vigneti?
“Si stanno sperimentando reti protettive e altri sistemi che possono limitare i danni, ma di fronte a eventi atmosferici particolarmente violenti siamo ancora molto vulnerabili. La natura resta un fattore che non possiamo controllare completamente”.

La vostra azienda sostiene anche iniziative sociali?
“Sì. Da alcuni anni sosteniamo “I Bambini delle Fate”, realtà che aiuta le famiglie con figli affetti da disabilità e autismo. Lo facciamo attraverso un contributo annuale, perché crediamo che un’azienda debba contribuire anche al benessere della comunità”.

 

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